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L’Associazione degli Italiani Amici della Russia, per voce del suo Presidente Lorenzo Valloreja, denuncia un episodio gravissimo di filtraggio dell’informazione in Italia.

Come comunicato direttamente dal Ministero degli Esteri della Federazione Russa, il Corriere della Sera aveva richiesto a Sergey Lavrov un’intervista scritta composta da numerose domande.

Il Ministro ha risposto in modo completo, rapido e puntuale.

Il materiale era pronto per la pubblicazione.

Eppure, dopo aver ricevuto ciò che aveva chiesto, il Corriere ha rifiutato di pubblicare le risposte integrali.

La motivazione ufficiale — “affermazioni controverse”, “necessità di verifiche”, “limiti di spazio” — non regge a nessuna analisi.

Il Ministero degli Esteri russo ha proposto una soluzione semplice:

  • versione sintetica sul cartaceo;
  • versione integrale sul sito web.

Il Corriere ha risposto con un NO totale.

Il Ministero degli Esteri russo ha definito l'accaduto per quello che appare:

👉 un atto evidente di censura e manipolazione dell’informazione.

Ancora una volta ai cittadini italiani vengono sottratti elementi fondamentali per comprendere la guerra in Ucraina, e il racconto offerto dai media mainstream viene filtrato attraverso un’unica lente ideologica.

PER QUESTO MOTIVO L’ASSOCIAZIONE PUBBLICA:

  1. il testo integrale delle risposte di Sergey Lavrov,
  2. la versione parziale pubblicata/fornita dal Corriere della Sera, permettendo ai lettori di confrontare direttamente i due testi.

LE PRINCIPALI DIFFERENZE CHE EMERGONO DAL CONFRONTO

  1. Omissioni politicamente sensibili
  • Sparisce ogni riferimento al colpo di Stato del 2014 e al ruolo dell’amministrazione Obama.
  • Eliminati i passaggi relativi al “regime nazista” di Kiev e alle accuse verso l’UE di voler sfruttare una tregua per riarmare l’Ucraina.
  • Cancellato il riferimento alle accuse rivolte a Financial Times e BBC per presunte manipolazioni mediatiche.
  1. Taglio dei riferimenti al nazismo e al voto ONU
  • Nella versione integrale Lavrov cita il voto all’ONU sulla risoluzione contro la glorificazione del nazismo, e il comportamento di Germania, Italia e Giappone.
  • Tutto questo scompare nella versione del Corriere.
  • Ridotte o rimosse anche le analogie storiche con Napoleone e la Germania hitleriana.
  1. Eliminati i riferimenti specifici all’Italia
  • Lavrov distingue fra “popoli” e “governi ostili”, giudizio assente nella versione italiana.
  • Eliminati esempi concreti come il Dialogo di Verona e il riferimento al libro del giornalista Eliseo Bertolasi.
  • Tagliati i passaggi che riconoscono che molti italiani cercano di capire realmente le cause della guerra.

 

  1. Inserimento di un filtro interpretativo della redazione

La versione pubblicata dal Corriere:

  • aggiunge una cornice narrativa che giudica toni e linguaggio di Lavrov;
  • sostituisce parti mancanti con commenti del giornale;
  • orienta preventivamente il lettore, impedendo una lettura diretta del testo originale.

DICHIARAZIONE DI LORENZO VALLOREJA, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI ITALIANI AMICI DELLA RUSSIA

«L’informazione italiana vive da tempo in una condizione di controllo ideologico. Noi non accettiamo filtri, non accettiamo censure e non accettiamo che l’opinione pubblica venga nutrita con versioni mutilate delle dichiarazioni altrui. Il pubblico ha diritto di leggere tutto, non ciò che un giornale decide di selezionare per ragioni di opportunità politiche. Per questo pubblichiamo l’intervista integrale e la affianchiamo alla versione del Corriere, affinché ogni lettore possa valutare da sé la portata delle omissioni. La democrazia non vive di pensiero unico. Vive di trasparenza.»

A. Martino

Le risposte di Sergey Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, alle domande del "Corriere della Sera", che la testata ha rifiutato di pubblicare integralmente, senza tagli e senza censura

 

Domanda: Si dice che il nuovo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump a Budapest non abbia avuto luogo perché persino l'amministrazione americana si è resa conto della vostra mancanza di disponibilità a negoziare sulla questione ucraina. Cosa è andato storto dopo il vertice di Anchorage che aveva fatto sperare nell'avvio di un vero processo di pace? Perché la Russia rimane fedele alle richieste formulate da Vladimir Putin nel giugno 2024 e su quali temi potreste essere disposti a un compromesso?

 

Risposta: Gli accordi di Anchorage rappresentano una tappa importante nel percorso verso una pace duratura in Ucraina, attraverso il superamento delle conseguenze del cruento colpo di Stato anticostituzionale a Kiev del febbraio 2014, organizzato dall'amministrazione Obama. Essi si basano sulla situazione creatasi e sono strettamente in linea con le condizioni per una risoluzione equa e sostenibile della crisi ucraina, enunciate dal Presidente Vladimir Putin nel giugno 2024. Abbiamo ritenuto che tali condizioni siano state ascoltate e comprese, anche pubblicamente, dall'amministrazione di Donald Trump, soprattutto per quanto riguarda l'inammissibilità dell’ingresso dell'Ucraina nella NATO che creerebbe minacce militari strategiche alla Russia, proprio ai suoi confini. Washington ha inoltre riconosciuto apertamente che non sarà possibile ignorare la questione territoriale alla luce dei referendum svoltisi in cinque regioni storiche del nostro Paese, i cui abitanti si sono espressi in maniera inequivocabile a favore dell'autodeterminazione rispetto al regime di Kiev che li aveva definiti “subumani”, “esseri” e “terroristi” e della riunificazione con la Russia.

Proprio intorno al tema della sicurezza e delle realtà territoriali è stata costruita la concezione americana, che una settimana prima del vertice in Alaska è stata portata

a Mosca, su incarico del Presidente degli Stati Uniti, dal suo rappresentante speciale Steve Whitcoff e che, come ha comunicato il Presidente Vladimir Putin al Presidente Trump ad Anchorage, abbiamo accettato di assumere come base, proponendo al contempo un passo concreto che aprisse la strada alla sua realizzazione pratica. Il leader americano ha risposto che avrebbe dovuto consultarsi, ma neanche dopo il suo incontro con gli alleati il giorno successivo a Washington, abbiamo ricevuto alcuna reazione alla nostra risposta positiva alle proposte menzionate, presentate a Mosca da Steve Whitcoff prima del vertice in Alaska. Nemmeno durante il mio incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio a settembre a New York ho avuto alcuna reazione, quando ricordai che eravamo ancora in attesa di un riscontro. Per aiutare i colleghi americani a decidere in merito alla loro stessa idea, abbiamo messo per iscritto in via non ufficiale gli accordi di Anchorage e li abbiamo trasmessi a Washington. Pochi giorni dopo, su richiesta di Donald Trump, ha avuto luogo una sua conversazione telefonica con Vladimir Putin, durante la quale si è convenuto di organizzare un nuovo incontro a Budapest, da preparare accuratamente in anticipo. Non c'era dubbio che si sarebbe parlato degli accordi di Anchorage. Dopo un paio di giorni ho avuto una conversazione telefonica con Marco Rubio, dopo di che Washington, definendo la conversazione costruttiva (era stata davvero seria e utile), ha comunicato che a seguito di tale colloquio, non era necessario un incontro personale tra il Segretario di Stato e il Ministro della Federazione Russa in preparazione del contatto al vertice. Da dove e da chi siano giunti i rapporti riservati che hanno spinto il leader americano a rinviare o forse cancellare il vertice di Budapest, non mi è dato saperlo. Ma vi ho esposto la sequenza dei fatti in modo preciso, assumendomene la totale responsabilità. Non intendo invece rispondere alle evidenti falsità sulla “mancata disponibilità della Russia a negoziare” e sul “fallimento” dei risultati di Anchorage. Rivolgetevi al Financial Times che, a quanto mi risulta, ha diffuso questa versione mendace, distorcendo la sostanza e la sequenza degli eventi per attribuire tutta la responsabilità a Mosca e allontanare Donald Trump dalla strada da lui stesso proposta, ovvero quella di una pace stabile e duratura, anziché quella di un cessate il fuoco immediato, come invece lo spingono a fare i padroni europei di Zelensky, ossessionati dal desiderio di ottenere una tregua e di rifornire il regime nazista di armi per continuare la guerra contro la Russia. Se la BBC è arrivata a falsificare un video del discorso di Trump, mettendogli in bocca l'appello ad assaltare il Campidoglio, a maggior ragione al Financial Times costerà poco mentire, come si dice da noi. Siamo ancora pronti a tenere a Budapest il secondo vertice russo-americano, purché si basi realmente sui risultati accuratamente elaborati dell’Alaska. La data tuttavia non è stata ancora fissata. I contatti russo-americani continuano.

 

2.   Domanda: Le forze armate della Federazione Russa controllano attualmente un territorio inferiore rispetto a quello del 2022, dopo le prime settimane della cosiddetta operazione militare speciale. Se state davvero vincendo, perché non riuscite a sferrare il colpo decisivo? Potete anche spiegare il motivo per cui non fornite informazioni ufficiali sulle vostre perdite?

 

Risposta: L'operazione militare speciale (OMS) non è una guerra per il territorio, ma un'operazione per salvare la vita di milioni di persone che vivono da secoli su queste terre e che la giunta di Kiev vuole sterminare - giuridicamente, vietandone la storia, la lingua, la cultura, e fisicamente, con l'aiuto delle armi occidentali. Un altro obiettivo fondamentale dell'Operazione militare speciale è quello di garantire in modo affidabile la sicurezza della Russia, sventando i piani della NATO e della UE volti a creare ai nostri confini occidentali uno Stato fantoccio ostile, strutturato nella legislazione e nella pratica sull'ideologia nazista. Non è la prima volta che fermiamo gli aggressori fascisti e nazisti: è stato così durante la Seconda guerra mondiale e così sarà anche questa volta.

A differenza degli occidentali, che hanno raso al suolo interi quartieri cittadini, noi proteggiamo le persone, sia civili che militari. Le nostre forze armate agiscono con massimo senso di responsabilità, sferrando attacchi di precisione esclusivamente contro obiettivi militari e relative infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Di norma, non si parla pubblicamente delle perdite sul campo di battaglia. Dirò solo che quest'anno, nell’ambito del rimpatrio dei militari caduti, la parte russa ha consegnato oltre novemila salme di soldati delle Forze armate ucraine. Dall'Ucraina abbiamo ricevuto 143 corpi dei nostri combattenti. Traete voi stessi le conclusioni.

 

3. Domanda: La Sua apparizione al vertice di Anchorage con una felpa con la scritta “URSS” ha sollevato molte domande. Alcuni vi hanno visto la conferma del Suo desiderio di ricreare, se non addirittura ripristinare, l'ex spazio sovietico (Ucraina, Moldavia, Georgia, Paesi baltici). Si trattava di un messaggio in codice o semplicemente di uno scherzo?

 

Sono orgoglioso del mio Paese, in cui sono nato e cresciuto, ho ricevuto un'istruzione di livello, ho iniziato e continuo la mia carriera diplomatica. La Russia, come è noto, è l'erede dell'URSS, e nel complesso il nostro Paese vanta una civiltà millenaria. Il governo popolare della veche di Novgorod risale a molto prima che in Occidente si iniziasse a giocare alla democrazia. A proposito, ho anche una maglietta con lo stemma dell'Impero russo, ma questo non significa che vogliamo riportarlo in vita. Uno dei nostri più grandi patrimoni, di cui andiamo giustamente fieri, è la continuità dello sviluppo e del rafforzamento dello Stato nel corso della sua grande storia di unificazione e coesione del popolo russo e di tutti gli altri popoli del Paese. Su questo tema si è soffermato di recente il Presidente Vladimir Putin durante le celebrazioni della Giornata dell'Unità Nazionale. Quindi non cercate segnali politici dove non ci sono. Forse in Occidente il sentimento patriottico e la lealtà verso la patria stanno scomparendo, ma per noi sono parte del nostro codice genetico.

 

4.      Domanda: Se uno degli obiettivi dell'operazione militare speciale era riportare l'Ucraina nella sfera d'influenza della Russia, come potrebbe sembrare, ad esempio, dalle richieste di determinare la quantità dei suoi armamenti, non ritiene che l'attuale conflitto armato, qualunque sia il suo esito, conferisca a Kiev un ruolo e un'identità internazionali ben definiti e sempre più distanti da Mosca?

 

Risposta: Gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale sono stati definiti dal presidente Putin nel 2022 e sono ancora attuali. Non si tratta di sfere di influenza, ma del ritorno dell'Ucraina a uno status neutrale, non allineato e non nucleare, del rigoroso rispetto dei diritti umani e di tutti i diritti delle minoranze russe e di altre minoranze nazionali: è proprio così che questi impegni sono stati sanciti nella Dichiarazione di indipendenza dell'Ucraina del 1990 e nella sua Costituzione, ed è proprio tenendo conto di questi impegni dichiarati che la Russia ha riconosciuto l'indipendenza dello Stato ucraino. Stiamo ottenendo e otterremo il ritorno dell'Ucraina alle sane e stabili origini della sua statualità, il che presuppone il rifiuto di concedere servilmente il suo territorio allo sfruttamento militare da parte della NATO (e dell'Unione Europea, che si sta rapidamente trasformando in un blocco militare non meno aggressivo), la purificazione dall'ideologia nazista, messa fuori legge a Norimberga, il ripristino dei pieni diritti dei russi, degli ungheresi e di tutte le altre minoranze nazionali. È significativo che le élite di Bruxelles, trascinando il regime di Kiev nella UE, tacciano sulla palese discriminazione dei “popoli non autoctoni” (così Kiev definisce con disprezzo i russi che vivono da secoli in Ucraina) e allo stesso tempo esaltino la giunta di Zelensky come difensore dei “valori europei”. È un’ulteriore conferma del fatto che il nazismo sta rialzando la testa in Europa. C'è su cosa riflettere, soprattutto alla luce del fatto che all'ONU, Germania e Italia, insieme al Giappone, hanno recentemente iniziato a votare contro la risoluzione annuale dell'Assemblea Generale sull'inammissibilità della glorificazione del nazismo.

Gli occidentali non nascondono che di fatto stanno conducendo per procura, tramite gli ucraini, una guerra contro la Russia, guerra che non finirà nemmeno “dopo l'attuale crisi”. Ne hanno parlato più volte il segretario generale della NATO Mark Rutte, il primo ministro britannico Keir Starmer, i burocrati di Bruxelles Ursula von der Leyen e Kaya Callas, l'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per l'Ucraina Keith Kellogg. È evidente che la determinazione della Russia a garantire la propria sicurezza di fronte alle minacce create dall'Occidente con l'aiuto del regime da esso controllato, è legittima e giustificata.

 

5.   Domanda: Anche gli Stati Uniti inviano armi all'Ucraina e recentemente hanno persino discusso della possibilità di fornire a Kiev missili da crociera “Tomahawk”. Perché la vostra posizione e la vostra valutazione della politica degli Stati Uniti e dell'Europa sono diverse?

 

Risposta: La maggior parte delle capitali europee costituisce attualmente il nucleo della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” che desidera solo una cosa: che le ostilità in Ucraina durino il più a lungo possibile, “fino all'ultimo ucraino”. A quanto pare, non hanno altro modo per distogliere l'attenzione del loro elettorato dai problemi socio-economici interni che si sono drasticamente aggravati. Con i soldi dei contribuenti europei finanziano il regime terroristico di Kiev, fornendo armi con cui vengono uccisi sistematicamente civili delle regioni russe e ucraini che vogliono fuggire dalla guerra e dai carnefici nazisti. Sabotano qualsiasi tentativo di pacificazione e rifiutano i contatti diretti con Mosca. Introducono sempre nuove “sanzioni” che, come un boomerang, colpiscono ancora più duramente le loro economie. Preparano apertamente una nuova grande guerra europea contro la Russia. Inducono Washington a non accettare una soluzione diplomatica onesta e giusta.

Il loro obiettivo principale è quello di minare la posizione dell'attuale amministrazione del Presidente degli Stati Uniti, che inizialmente era favorevole al dialogo, comprendeva la posizione della parte russa e mostrava la volontà di cercare una soluzione pacifica e duratura. Donald Trump ha più volte riconosciuto pubblicamente che una delle cause delle iniziative della Russia è stata l'espansione della NATO, l'avvicinamento delle infrastrutture dell'alleanza ai confini del nostro Paese, vale a dire esattamente ciò da cui il Presidente Putin e la Russia hanno messo in guardia negli ultimi vent'anni. Confidiamo che a Washington prevalgano il buon senso e l'adesione a questa posizione di principio e che si astengano da atti che potrebbero portare il conflitto a un nuovo livello di escalation.

Detto ciò, le nostre forze armate non fanno distinzioni sulla provenienza delle armi fornite alle forze armate ucraine, che siano europee o statunitensi. Qualsiasi obiettivo militare viene immediatamente distrutto.

 

6.             Domanda: Lei è stato colui che ha premuto il “pulsante di reset” con Hillary Clinton, anche se poi le cose sono andate diversamente. È possibile un riavvio delle relazioni con l'Europa? Potrebbe la sicurezza comune costituire un terreno fertile per migliorare le relazioni attuali?

 

Risposta: La conflittualità a cui ha portato la politica sconsiderata e senza prospettive delle élite europee non è stata una scelta della Russia. L'attuale situazione non risponde agli interessi dei nostri popoli. Sarebbe auspicabile che i governi europei, la maggior parte dei quali attua una politica ferocemente anti-russa, prendessero coscienza della pericolosità di questa rotta distruttiva. L'Europa ha già combattuto sotto le bandiere di Napoleone e, nel secolo scorso, sotto gli stendardi e i vessilli nazisti di Hitler. Alcuni leader europei sembrano avere la memoria corta. Quando questo furore russofobo – non si può chiamarlo altrimenti– sarà passato, saremo aperti ai contatti, ad ascoltare come i nostri ex partner intendano comportarsi nei nostri confronti in futuro. Solo allora decideremo se ci saranno ancora prospettive per una collaborazione onesta.

Il sistema di sicurezza euro-atlantico esistente fino al 2022 è stato completamente screditato e smantellato dagli sforzi degli stessi occidentali.

A questo proposito, il presidente Vladimir Putin ha avanzato l'iniziativa di creare una nuova architettura di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia. Essa è aperta a tutti gli Stati del continente, compresa la sua parte europea, ma occorrerà comportarsi in modo rispettoso, senza arroganza neocoloniale, sulla base dei principi di uguaglianza, considerazione reciproca ed equilibrio degli interessi.

 

7. Domanda: Il conflitto armato in Ucraina e il conseguente isolamento internazionale della Russia vi hanno probabilmente impedito di agire in modo più efficace in altre aree di crisi, come ad esempio in Medio Oriente?

 

Risposta: Se l'Occidente storico ha deciso di isolarsi da qualcuno, allora si tratta di autoisolamento. E anche in questo caso le fila non sono così compatte: quest'anno Vladimir Putin ha incontrato i leader di Stati Uniti, Ungheria, Slovacchia e Serbia. È anche chiaro che il mondo moderno non si riduce alla minoranza occidentale. Quei tempi sono finiti con l'avvento della multipolarità. Le nostre relazioni con i paesi del Sud e dell'Est del mondo, che rappresentano oltre l'85% della popolazione mondiale, continuano ad ampliarsi. A settembre si è svolta la visita di Stato del Presidente russo in Cina, solo negli ultimi mesi Vladimir Putin ha partecipato ai vertici di SCO, BRICS, CSI, Russia-Asia centrale, nostre delegazioni governative ad alto livello hanno partecipato ai vertici di APEC, ASEAN e ora si stanno preparando per il vertice del G20. Si tengono regolarmente vertici e incontri ministeriali Russia-Africa, Russia-Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico. I paesi della maggioranza mondiale si fanno guidare dai propri interessi nazionali fondamentali e non dalle indicazioni delle ex metropoli coloniali.

I nostri amici arabi apprezzano il contributo costruttivo della Russia agli sforzi volti a risolvere i conflitti regionali in Medio Oriente. Le attuali discussioni sulla questione palestinese alle Nazioni Unite confermano la necessità di coinvolgere tutti gli autorevoli attori esterni, altrimenti non si otterrà nulla di duraturo, ma solo cerimonie di facciata. Su molte altre questioni internazionali, le nostre posizioni coincidono o sono molto vicine a quelle dei nostri amici mediorientali, il che favorisce la cooperazione nell’ambito dell'ONU e in altre piattaforme multilaterali.

 

8. Domanda: Non ritiene che nel nuovo ordine mondiale multipolare che Lei promuove e sostiene, la dipendenza economica e militare della Russia dalla Cina sia cresciuta, creando così uno squilibrio nella vostra storica alleanza con Pechino?

 

Risposta: Non stiamo “promuovendo” un ordine mondiale multipolare, esso si sta oggettivamente formando, non attraverso la conquista, la schiavitù, l'oppressione

e lo sfruttamento, come facevano i colonizzatori costruendo il loro “ordine” (e in seguito il capitalismo), ma attraverso la cooperazione, la considerazione degli interessi reciproci, la distribuzione razionale del lavoro basata sulla combinazione dei vantaggi competitivi comparativi dei paesi partecipanti e delle strutture di integrazione.

Per quanto riguarda le relazioni tra Russia e Cina, non si tratta di un'alleanza nel senso tradizionale del termine, ma di una forma di interazione più efficace e avanzata. La nostra cooperazione non ha carattere di blocco e non è diretta contro paesi terzi. Le categorie di “leader” e “subordinato”, tipiche delle alleanze formatesi durante la guerra fredda, qui non sono applicabili. Pertanto, parlare di un qualsiasi “disequilibrio” è inappropriato.

I rapporti paritari e autosufficienti tra Mosca e Pechino si basano sulla fiducia e sul sostegno reciproci, nonché su secolari tradizioni di buon vicinato. Siamo fermamente impegnati a rispettare il principio di non ingerenza negli affari interni.

La cooperazione commerciale, tecnologica e in materia di investimenti tra Russia e Cina porta benefici pratici concreti a entrambi i Paesi, contribuisce alla crescita stabile e sostenibile delle nostre economie e al miglioramento del benessere dei cittadini. La stretta collaborazione tra le forze armate garantisce un'importante complementarità, aiuta i nostri paesi a difendere i propri interessi nazionali nel campo della sicurezza globale e della stabilità strategica e a contrastare efficacemente le sfide e le minacce nuove e tradizionali.

 

9.  Domanda: L'Italia è un Paese “ostile”. Lei stesso lo ha ripetuto più volte, nel novembre 2024, e lo ha persino sottolineato in modo particolare. Tuttavia, negli ultimi mesi, anche sulla questione ucraina, il nostro governo ha dimostrato solidarietà all'amministrazione statunitense, che Vladimir Putin ha definito non un alleato, ma senza dubbio un “partner”. E il recente cambio dell'ambasciatore italiano a Mosca fa supporre che a Roma si desideri un certo avvicinamento. A che punto sono le nostre relazioni bilaterali?

 

Risposta: Per la Russia non esistono paesi e popoli ostili, esistono Paesi con governi ostili. In presenza di un tale governo a Roma, le relazioni russo-italiane stanno attraversando la crisi più grave della loro storia postbellica. Ciò non è avvenuto per nostra iniziativa. Ci ha sorpreso la facilità con cui l'Italia, a discapito dei propri interessi nazionali, si è schierata con coloro che hanno scommesso sulla “sconfitta strategica” della Russia. Finora non vediamo alcun cambiamento significativo in questo atteggiamento aggressivo. Roma continua a fornire assistenza a tutto campo ai neonazisti di Kiev. Colpisce anche la volontà di interrompere i legami culturali e i contatti tra le società civili. Le autorità italiane cancellano le esibizioni di eminenti direttori d'orchestra e cantanti lirici russi e da diversi anni non autorizzano lo svolgimento del “Dialogo di Verona”, nato proprio in Italia, dedicato alle questioni della cooperazione eurasiatica. Non sembra affatto un atteggiamento tipico degli italiani, che sono solitamente aperti all'arte e al dialogo tra le persone.

Allo stesso tempo, molti dei vostri cittadini cercano di capire le ragioni della tragedia ucraina. Ad esempio, nel libro “Il conflitto ucraino visto da un giornalista italiano”, del noto pubblicista italiano Eliseo Bertolasi, sono raccolte prove documentarie delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità di Kiev. Vi consiglierei di leggere questa pubblicazione. Oggi in Europa non è facile trovare la verità sull'Ucraina.

Una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Italia è nell'interesse dei nostri popoli. Se a Roma saranno disposti a muoversi verso il ripristino del dialogo sulla base del rispetto reciproco e della considerazione degli interessi di entrambe le parti, ce lo facciano sapere, siamo sempre pronti ad ascoltare, ivi compreso il vostro ambasciatore.

 

Intervista scritta a Sergey Lavrov per il quotidiano italiano “Corriere della Sera” (versione censurata)

 

«Le relazioni russo-italiane stanno attraversando la crisi più grave della loro storia post-bellica». Mai così distanti, dall’Europa intera. Sergei Lavrov risponde in forma scritta ad alcune domande inviate dal Corriere della Sera. E lo fa usando un linguaggio della forza, con richiami al «ritorno del nazismo» in Europa e alla «natura terrorista del regime di Kiev». In altre interviste scritte rilasciate in questi giorni ad alcuni media del suo Paese, il ministro degli Esteri russo esprime gli stessi concetti, ma con toni diversi. Lavrov inizia definendo «evidenti falsità» le notizie sulla scarsa volontà della Russia al negoziato e sul fallimento del vertice in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump. 

L’incontro mancato

«Gli accordi di Anchorage rappresentano ancora una tappa importante nel percorso verso una pace duratura in Ucraina, e sono strettamente in linea con le condizioni enunciate da Vladimir Putin nel giugno 2024». Oltre che sul no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, Trump si sarebbe detto d’accordo «sulla impossibilità di ignorare la questione territoriale alla luce dei referendum» che si sono tenuti nelle regioni annesse dall’Ucraina (ritenuti illegittimi dalla maggioranza della comunità internazionale, ndr). Proprio intorno a questi due temi sarebbe stata costruita la proposta americana, portata a Mosca da Steve Witkoff una settimana prima dell’Alaska, «che la Russia ha accettato come base, proponendo un passo concreto per la sua realizzazione». Ad Anchorage, Trump avrebbe affermato che si sarebbe dovuto consultare con gli alleati, ma Lavrov sostiene di non aver poi ricevuto «alcuna reazione alla nostra risposta positiva». Nemmeno durante il suo vertice di settembre, a New York con il segretario di Stato Marco Rubio. «Per aiutare i colleghi americani a decidere sulla loro stessa idea, abbiamo messo per iscritto in via non ufficiale gli accordi di Anchorage e li abbiamo trasmessi a Washington», afferma con una certa ironia. Pochi giorni dopo, «su richiesta di Trump» la telefonata tra i due presidenti e l’annuncio del nuovo incontro a Budapest. Poi accade qualcosa, secondo Lavrov, ed è facile intuire a chi attribuisce la colpa. «Dopo un paio di giorni ho avuto una conversazione telefonica con Rubio, che Washington ha definito costruttiva, ed era stata davvero seria e utile. Ma poi ci è stato fatto sapere che a seguito di tale colloquio, non era necessario un incontro personale tra di noi in preparazione del vertice. Da dove e da chi siano giunti i rapporti riservati che hanno spinto il leader americano a rinviare il summit di Budapest, non mi è dato saperlo. Ma vi ho esposto la sequenza dei fatti in modo preciso. Siamo ancora pronti a tenere a Budapest il secondo vertice russo-americano, purché si basi sui risultati accuratamente elaborati dell’Alaska».

Il fronte

Sono più generiche le risposte di Lavrov sul perché la Russia faccia così fatica ad avanzare sul campo. «Non è una guerra per il territorio, ma per salvare la vita di milioni di persone che vivono da secoli su queste terre. Un altro obiettivo fondamentale è quello di garantire la sicurezza della Russia, sventando i piani della Nato e della Ue volti a creare ai nostri confini occidentali uno Stato fantoccio ostile». Riguardo all’assenza di informazioni ufficiali sulle perdite russe, scrive che quest’anno, «abbiamo consegnato oltre novemila salme di soldati ucraini, mentre abbiamo ricevuto 143 corpi dei nostri combattenti. Traete voi stessi le conclusioni».

Proprio in Alaska, aveva destato scalpore la foto di Lavrov che indossava una felpa con la scritta Urss. Nostalgia dell’ex spazio sovietico o semplice scherzo? «Il mio Paese vanta una civiltà millenaria. A proposito, ho anche una maglietta con lo stemma dell’Impero russo, ma questo non significa che vogliamo riportarlo in vita. Quindi, non cercate segnali politici dove non ci sono».

Contro l’Europa

Le risposte diventano sempre più dure quando ci si avvicina all’Europa. Secondo Lavrov, «è significativo che le élite di Bruxelles tacciano sulla palese discriminazione dei “popoli non autoctoni” da parte del regime di Kiev, e allo stesso tempo esaltino la giunta di Zelensky come difensore dei “valori europei”. Gli occidentali non nascondono che di fatto stanno conducendo una guerra per procura contro di noi, che non finirà nemmeno dopo l’attuale crisi». Il messaggio principale che Lavrov intende inviare è questo. «La coalizione europea dei volenterosi desidera solo che le ostilità durino il più a lungo possibile, “fino all’ultimo ucraino” e prepara in modo aperto una nuova guerra contro la Russia. Il suo obiettivo principale è di minare la posizione del presidente degli Stati Uniti, inizialmente favorevole al dialogo e desideroso di cercare una soluzione pacifica e duratura. Confidiamo che a Washington prevalga l’adesione a questa posizione di principio e che ci si astenga da atti che potrebbero portare a un nuovo livello di escalation». L’ultima frase riguarda l’eventuale invio di missili Tomahawk in Ucraina da parte degli Usa.

Il ministro ritiene che «la conflittualità delle élite europee non è stata una scelta della Russia». Non fa alcun riferimento alla decisione presa da Mosca di iniziare la guerra, addebitando «questa rotta distruttiva e pericolosa» a «un furore russofobo». Afferma che «il sistema di sicurezza euro-atlantico esistente fino al 2022 è stato smantellato dagli stessi occidentali». E che l’iniziativa per una nuova architettura di sicurezza in Eurasia lanciata da Vladimir Putin è aperta a tutti. «Ma occorrerà comportarsi senza arroganza neocoloniale».

Pechino e dintorni

Lavrov rifiuta l’idea di una Russia isolata e ininfluente. Anzi. «Il mondo moderno non si riduce alla minoranza occidentale. Quei tempi sono finiti con l’avvento del multipolarismo che si sta formando attraverso la cooperazione e la considerazione degli interessi reciproci». Ha gioco facile nel ricordare che le fila dell’Occidente non sono poi così compatte, citando gli incontri di Putin con i leader ungheresi, serbi e slovacchi. «Le nostre relazioni con i Paesi che rappresentano oltre l’85% della popolazione mondiale, continuano ad ampliarsi. Le attuali discussioni sulla questione palestinese alle Nazioni Unite confermano la necessità di coinvolgere tutti gli attori esterni, altrimenti non si otterrà nulla di duraturo, ma solo cerimonie di facciata». Risponde in maniera netta, forse anche irritata, a un quesito sullo squilibrio del rapporto russo con la Cina. «Non si tratta di un’alleanza, ma di una forma di interazione più efficace e avanzata. Le categorie di “leader” e “subordinato” qui non sono applicabili. Pertanto, parlare di “disequilibrio” è inappropriato».

Mosca-Roma

Ultima viene l’Italia. Lavrov afferma che siamo al punto più basso delle nostre relazioni. «Ci ha sorpreso la facilità con cui, a discapito dei propri interessi nazionali, l’Italia si è schierata con chi ha scommesso sulla “sconfitta strategica” della Russia. Finora non vediamo alcun cambiamento significativo in questo atteggiamento aggressivo. Colpisce anche la volontà di interrompere i contatti tra le società civili, come dimostrato dalla cancellazione delle esibizioni di eminenti direttori d’orchestra e cantanti lirici russi. Non sembra affatto un atteggiamento tipico degli italiani, solitamente aperti all’arte e al dialogo tra le persone. Una cooperazione paritaria è nell’interesse dei nostri popoli. Se a Roma saranno disposti a muoversi verso il ripristino del dialogo sulla base del rispetto reciproco, ce lo facciano sapere. Siamo sempre pronti ad ascoltare».

Premesso che, a seguito del crollo della Torre dei Conti a Roma – tragedia nella quale ha perso la vita un operaio e altre quattro persone sono rimaste ferite – in qualità di Presidente dell’Associazione degli Italiani Amici della Russia, desidero esprimere la mia più sincera vicinanza alle vittime e alle loro famiglie.

Riconosco che la dichiarazione della Portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, alla luce di quanto accaduto, non sia stata tra le più opportune. Tuttavia, mi sento in dovere di biasimare con fermezza la successiva dichiarazione del Senatore Carlo Calenda, diffusa attraverso il social network X alle ore 14:50 del 3 novembre 2025, nella quale egli ha scritto:

“Farabutti i russi e i loro sostenitori qui in Italia.”

A distanza di tre anni, il Senatore – nonché leader del movimento Azione – continua nella sua opera di russofobia. Ritengo infatti irresponsabile attaccare autorità straniere definendole “criminali, assassini, dittatori” e, al tempo stesso, insultare come “farabutti” anche coloro che si limitano a riportare integralmente le comunicazioni del Cremlino, mossi dal semplice desiderio di ascoltare entrambe le versioni dei fatti.

Parla uno che, in questi tre anni, non ha fatto altro che adoperarsi per mantenere bassi i toni e favorire il dialogo e la pace, e che proprio per questo impegno, nel 2022, è stato minacciato di morte da ignoti, in modo del tutto ingiusto e incolpevole.

Non intendo difendere la Zakharova – che, tra l’altro, non ha bisogno di difensori, disponendo di tutti gli strumenti per farlo da sé – ma desidero ricordare agli italiani il contesto da cui nasce la sua dichiarazione: il sostrato culturale e storico che ha spinto una rappresentante che, in passato, ha sempre manifestato grande affetto per l’Italia e per il suo popolo, a esprimersi in quei termini.

A mio avviso – e lo dico con umiltà – il punto di svolta si ebbe quando il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, probabilmente mal consigliato, tenne un discorso presso l’Università Aix-Marseille (Francia), il 5 febbraio 2025, nel quale sostenne che “l’aggressione russa all’Ucraina era di natura simile al progetto del Terzo Reich in Europa.

Ebbene, per il popolo russo, questa affermazione rappresenta una delle più gravi offese possibili. La Russia di Stalin fu infatti attaccata dalle forze tedesche alle ore 3:15 del 22 giugno 1941, senza alcuna dichiarazione di guerra e in violazione del Patto di non aggressione tedesco-sovietico firmato nel 1939.

Proprio in quelle ore, un ultimo convoglio ferroviario sovietico stava ancora attraversando il confine diretto in Germania, trasportando materie prime e forniture previste dal Patto Molotov–Ribbentrop.

Per respingere le forze dell’Asse e sconfiggere il nazismo, l’Unione Sovietica pagò un prezzo altissimo: circa 27 milioni di morti. Ogni famiglia russa conta almeno un caduto nella cosiddetta Grande Guerra Patriottica (così viene definita in Russia la Seconda guerra mondiale).

Per questo, paragonare la Russia moderna al Terzo Reich, anche solo per esercizio retorico, è percepito come un atto di blasfemia storica e morale. Chi ha approvato quel discorso avrebbe dovuto comprendere che, per il popolo russo, le parole non sono pietre, ma montagne.

E non fu certo per il colpo di testa del direttore Alessandro Sallusti, che nel giugno 2022 abbandonò in diretta il collegamento con Massimo Giletti durante Non è l’Arena da Mosca – con lo sfondo del Cremlino – esclamando:

“Quello che hai alle spalle è un palazzo di merda! Lì il comunismo ha fatto le più grandi tragedie del secolo scorso.”

Oppure per le parole dell’onorevole Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra), che in merito alla morte di Navalny ebbe a dire:

“È un omicidio di Stato, un omicidio del regime di Putin.”

O ancora per la deputata Lia Quartapelle (PD), che pubblicamente maledisse lo “Zar”; per l’eurodeputata Pina Picierno, che chiese di vietare la partecipazione del giornalista Vladimir Soloviev a un programma Rai ritenuto veicolo di propaganda filo-russa;

per la premier Giorgia Meloni, che affermò:

“La Russia ha offeso l’intera nazione italiana”;

o per l’annullamento del concerto del direttore d’orchestra Valery Gergiev in Italia.

Tutti episodi che, per quanto discutibili, “lasciano il tempo che trovano”.

Ma l’accostamento al nazismo no: quello, per la memoria storica e per la sensibilità del popolo russo, è un errore pesante e imperdonabile.

Queste dichiarazioni, poi, sono – sempre secondo il mio modesto parere – secondarie rispetto a:

  1. Le accuse di spionaggio rivolte all’operazione “Dalla Russia con Amore”, quando, nell’ora più buia dell’emergenza Covid, la Federazione Russa – sola e in prima fila – inviò in Italia 17 aerei militari con oltre 100 medici e disinfettatori NBC, camion, ventilatori, mascherine, sistemi di sanificazione e mezzi per la disinfezione di ospedali e case di riposo in Lombardia.
  2. La campagna contro il vaccino Sputnik V, che l’Italia di fatto ostacolò, vietandone la produzione e la somministrazione, fino a mettere alle strette perfino la Repubblica di San Marino, colpevole di pensarla diversamente.
  3. Il fatto che, dopo aver ricostruito a proprie spese la Chiesa di San Gregorio Magno e Palazzo Ardinghelli a L’Aquila, il MAXXI – che oggi gestisce quest’ultima struttura – abbia poi ospitato una mostre ed iniziative dedicate all’arte ucraina, proprio dopo i fatti del febbraio 2022.
  4. Le sanzioni europee, approvate dall’Italia senza mai un dubbio o una riserva.
  5. L’avallo italiano al mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro il Presidente Putin.
  6. Il massiccio sostegno economico alla causa ucraina, più volte denunciato dalla stessa Zakharova.
  7. L’appoggio militare diretto con forniture non solo di armamenti leggeri, ma anche di carri armati e mezzi pesanti.

Tutti atti e scelte che non possono definirsi amichevoli, specie dopo che la Federazione Russa ci ha aiutati durante il Covidnel terremoto dell’Aquila e persino nella Conferenza di pace per la Libia in Sicilia, partecipando ai massimi livelli – a differenza dei nostri alleati americani – e portando in dote il generale Haftar. Per non parlare del gas fornito a prezzi contenuti e dei numerosi investimenti russi in Italia.

Insomma, ad essere sinceri, nel Cremlino avrebbero ben donde ad avere “il dente avvelenato” con noi. Non credete?

Eppure c’è chi, come il Senatore Calenda, ad ogni piè sospinto non perde occasione per rinvigorire la fiamma dell’incomprensione, come se la guerra non avesse un domani. E invece credo che siamo sempre più vicini alla conclusione del conflitto.

Gli uomini passano, ma le Nazioni restano.

L’Italia, l’Europa e il mondo non potranno mai fare a meno della Russia, e proprio per questo dovremmo abbassare i toni anziché inasprire il dialogo.

Non ci si può sedere a un tavolo e parlare di pace se gli interlocutori non fanno altro che offendersi vicendevolmente: questo è l’imbarbarimento dei tempi, dove le regole della vecchia e saggia diplomazia sembrano ormai saltate.

Spero solo che, dopo questa incomprensione, la politica politicante faccia un passo indietro e si possa davvero tornare a toni più concilianti.

La comprensione delle ragioni dell’altro potrebbe essere, finalmente, un buon punto di partenza.

    Il Presidente

Lorenzo Valloreja

L’8 agosto la notizia che Donald Trump avrebbe chiesto a Giorgia Meloni di ospitare a Roma (o in Vaticano) un incontro con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky ha sorpreso molti, ma non l’Associazione degli Italiani Amici della Russia, che da anni lavora per un formato a cinque (USA – Russia – Ucraina – Italia – Vaticano) in Italia.

Già prima del 2022 avevamo inviato missive a Papa Leone XIV, al Patriarca Kirill e allo stesso Trump per proporre Ortona come sede: città delle Sacre Ossa di San Tommaso, venerate da cattolici e ortodossi, e teatro della battaglia del 1943, la “piccola Stalingrado d’Italia”.
Tutto ciò è documentato dai materiali in nostro possesso, relativi alla corrispondenza in entrata e in uscita dell’Associazione con vari interlocutori nazionali e internazionali, a riprova di quanto poc’anzi affermato.

Il rifiuto del Cremlino per l’Italia come sede del vertice è figlio di anni di russofobia: dallo stop al vaccino Sputnik e alle accuse di spionaggio durante il Covid, fino agli aiuti militari a Kiev, alle sanzioni, al sequestro di 2,3 miliardi di euro di beni russi e all’abbandono del gas di Gazprom.

Eppure, un Paese manifatturiero come l’Italia ha bisogno della Russia più dell’aria che respira, ed è quindi pregnante e giusto recuperare lo spirito e le finalità di Pratica di Mare. Tuttavia, non lo si può fare con un semplice “non è successo nulla, amici come sempre”: noi ne siamo certi, ed è per questo che ci siamo adoperati e continuiamo ad adoperarci per ricucire questo strappo, anche tra mille peripezie con enti nazionali che ci remano contro e con taluni organi di stampa e politici che soffiano costantemente sul fuoco.

La proposta della nostra Associazione era e rimane quella di un Vertice a Ortona, non organizzato ufficialmente dal Governo (che garantirebbe solo la sicurezza), ma dal Vaticano, con la presenza di Kirill e Trump. Unirebbe due simboli cari a russi e ucraini: le reliquie dell’Apostolo e le ossa dei caduti della Seconda guerra mondiale, nella battaglia più sanguinosa della campagna d’Italia, combattuta a Ortona tra il 23 e il 29 dicembre 1943.

Ora, il 15 agosto, Putin e Trump si incontreranno in Alaska, primo invito di un presidente russo negli USA dopo 10 anni: un segnale di dialogo che, come detto poc’anzi, sembra essere ostacolato da un’Europa restia ad accettare la realtà dei fatti, ossia il fallimento totale della condotta occidentale in questi tre anni e mezzo di guerra.

Per questo, se l’Italia vuole riprendere il volo, deve saper leggere i fatti e proporsi in modo più intelligente e lungimirante, con toni decisamente meno aggressivi e perentori.

Rivendico in tal senso l’opera del piccolo fraticello d’Assisi che ebbe il coraggio, durante la V crociata (1219), di chiedere un incontro al sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, il quale incredibilmente glielo concesse, riconoscendogli poi il permesso di accesso ai luoghi santi.
Così come voglio ricordare un altro non potente, ma grande costruttore di pace: il compianto sindaco di Firenze Giorgio La Pira, che, pur non essendo un capo di Stato, fu uno dei principali artefici informali della pace in Vietnam.

Anche oggi, una diplomazia “di secondo binario” può contribuire a ricomporre il quadro internazionale.

Lo so, qualcuno potrebbe pensare che siamo dei folli o degli illusi, perché una piccola e insignificante associazione come la nostra, secondo questa ottica, non potrebbe mai raggiungere nulla. Ma io sono di un avviso completamente opposto perché, parafrasando Gaber, non solo la “Libertà è partecipazione!”, ma anche e soprattutto la “Pace è partecipazione!”.

La pace è un valore che va coltivato e difeso da parte di ogni singolo essere umano attraverso il sacrificio, il dialogo e, appunto, la partecipazione: partecipazione anche nel suggerimento di idee e nella lettura e comprensione dei fatti.

E in questi fatti, Ortona resta “in pole”, se sapremo cogliere i segni e i tempi.

 

Lorenzo Valloreja

L’annullamento unilaterale del concerto del maestro Valery Gergiev da parte delle autorità della Regione Campania — nell’ambito del festival “Un’Estate da Re” previsto per il 27 luglio 2025 presso il Palazzo Reale di Caserta, dove il celebre direttore avrebbe dovuto esibirsi alla guida della Filarmonica di Salerno con un programma dedicato a Tchaikovsky e ad altri grandi compositori russi — rappresenta un fatto grave. Non solo sul piano culturale, già di per sé evidente, ma anche per le ricadute diplomatiche che questa decisione può comportare.

Sebbene il grande pubblico ne sia poco consapevole, la pace nel terzo millennio non si costruisce soltanto attraverso i canali ufficiali della diplomazia istituzionale, ma anche — e sempre più spesso — grazie alla diplomazia culturale e informale, portata avanti dal mondo associativo e dalla società civile.

Vorrei ricordare, in tal senso, l’esempio storico del Vietnam: la pace fu raggiunta anche grazie al lavoro instancabile non di un capo di Stato, ma di un sindaco — Giorgio La Pira — profondamente convinto del dialogo come strada per la riconciliazione.

Ora mi domando: come può l’Italia contribuire concretamente a un processo di pace se, pur non essendo in guerra con la Federazione Russa, adotta toni e comportamenti che risultano ostili verso una Nazione che, fino a ieri, è stata tra i nostri migliori partner economici e culturali? Una Nazione che ci ha aiutato, concretamente e generosamente, in più di un’occasione: dal terremoto di Messina del 1908 a quello dell’Aquila nel 2009, fino ai difficili giorni dell’emergenza Covid-19, quando fu tra i primi Paesi a inviare medici e materiali in Italia.

Il mio rammarico è tanto più grande perché — come riportato anche dalla stampa — erano già stati venduti quasi mille biglietti per il concerto, a testimonianza del fatto che in Italia esiste ancora un pubblico sensibile al valore dell’arte e non disposto a cedere alla logica della contrapposizione.

Come associazione, ogni giorno cerchiamo, nel nostro piccolo, di costruire ponti di dialogo e di pace. Ma in questo clima, francamente, tutto diventa più difficile. E più doloroso.

Mi chiedo allora: qual è la vera finalità di questo annullamento? Quale obiettivo si intende raggiungere? La pace? Non credo proprio.

Comprendo che vi siano voci critiche rispetto a questa manifestazione, e ritengo giusto ascoltarle. Ma trovo incomprensibile che un Paese come l’Italia — la cui Costituzione ripudia la guerra e promuove la via diplomatica — si ritrovi oggi ad assecondare il punto di vista di una sola delle controparti, venendo meno a quella vocazione al dialogo che, storicamente, l’ha resa un ponte tra le civiltà.

Lorenzo Valloreja

Presidente dell'Associazione degli italiani amici della Russia

Valloreja - Paramonov

Pubblichiamo il commento di Sua Eccellenza, l’Ambasciatore della Russia in Italia, A. В. Paramonov.

“Negli ultimi giorni si è assistito a una retorica aggressiva e a polemiche sproporzionate da parte di alcuni media italiani in merito all’invito rivolto al Maestro Valery Gergiev da parte delle autorità della Regione Campania, nell’ambito del festival “Un’Estate da Re” che si terrà il 27 luglio 2025 presso il Palazzo Reale di Caserta. In tale occasione, il celebre direttore d’orchestra russo avrebbe dovuto esibirsi alla guida della Filarmonica di Salerno, eseguendo musiche di Tchaikovsky e di altri compositori russi.

In Russia non si può non ricordare quanto affermato in passato dai più alti vertici italiani contro la cosiddetta “cancel culture” applicata alla cultura russa in Occidente. Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione della stagione operistica 2022 al Teatro alla Scala con il “Boris Godunov” di M.P. Musorgskij, affermò: «La grande cultura russa è parte integrante della cultura europea. Questo è un patrimonio che non può essere cancellato».

Anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dichiarò: «Storicamente, i rapporti tra Italia e Russia, anche in ambito culturale, sono sempre stati forti. È per questo che ho sostenuto la decisione della Scala di aprire la nuova stagione con un’opera russa».

In questo contesto, la polemica artificiosamente creata intorno al concerto previsto per il 27 luglio appare profondamente spiacevole. L’evento con il Maestro Gergiev e i quattro solisti del Teatro Mariinsky avrebbe potuto rappresentare un momento importante di coesione e di arricchimento per la vita culturale e sociale italiana — una vera celebrazione dei valori universali della pace e dell’umanità.

Al contrario, alcuni settori politici minoritari e nazionalisti ucraini, amplificati dai media, hanno trasformato la figura di uno dei più grandi direttori d’orchestra del nostro tempo in bersaglio di attacchi personali, diffondendo accuse infondate e pregiudizi riguardo al presunto ruolo di Gergiev nella “macchina propagandistica russa”.

In qualità di Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, provo imbarazzo di fronte a questa situazione. Il Maestro Gergiev, nonostante i suoi impegni al Teatro Mariinsky e al Bolshoi, ha accettato l’invito degli organizzatori del festival per manifestare la sua stima e il suo affetto nei confronti dell’Italia — un paese che da sempre occupa un posto speciale nel cuore non solo della comunità artistica russa, ma dell’intera società.

Non vogliamo credere che l’establishment romano, con le proprie scelte, stia smentendo sé stesso, disattendendo gli impegni presi contro la cancel culture, e lasciando intendere di voler recidere definitivamente i legami culturali con la Russia.

È triste constatare che l’Italia, pur avendo promesso di tutelare la propria sovranità e i propri interessi, sembri oggi piegare la propria politica culturale alle pressioni di una minoranza di immigrati e delle loro lobby.

Chi pensa che la cancellazione del concerto di Valery Gergiev possa danneggiare la Russia, si sbaglia. Il nostro Paese è sovrano e pienamente autosufficiente anche in campo culturale. La Russia non chiude nessuno, non cancella nessuno. A essere danneggiata, semmai, sarà l’Italia stessa, che così facendo compromette la propria credibilità e offre motivo di dubitare della propria apertura e ospitalità verso chi, con talento e sincerità, porta nel mondo la bellezza e l’eternità della cultura”.

 

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📧 Per domande o chiarimenti:
✉️ postmaster@italianiamicidellarussia.it

In questo intervento, il nostro Presidente dagli studi di Notizie Oggi – Linea Sera, andata in onda il 18 aprile 2025, Lorenzo Valloreja invita a sottoscrivere la petizione per togliere le sanzioni alla Russia e riaprire ai flussi energetici da parte di Gazprom, a vantaggio delle famiglie italiane e della nostra economia.

Secondo Valloreja, uscire dall’Unione Europea non è più un tabù, poiché l’UE, compromessa dalla sua gestione della guerra in Ucraina, è diretta verso un tracollo. L’Italia dovrebbe abbandonarla prima che sia troppo tardi, così come dovrebbe uscire dalla NATO e assumere una posizione autonoma tra Stati Uniti e Russia.

🤝 Il popolo russo ha più volte dimostrato amicizia concreta verso l’Italia – dai terremoti alla pandemia – e oggi merita un atteggiamento di rispetto e collaborazione.

📣 L’Associazione degli Italiani Amici della Russia promuove una petizione cartacea per chiedere:

  1. La cancellazione delle sanzioni alla Russia;
  2. Il ripristino delle forniture di gas russo da parte di Gazprom.

📉 Alcuni dati riportati da Valloreja:

  • Dazi USA: -3 miliardi di euro per le esportazioni italiane;
  • Export verso la Russia: da 11 miliardi (2013) a soli 3 miliardi oggi;
  • Gas russo: 14,5 €/MWh (ieri) contro i 25-40 €/MWh pagati oggi ad altri Paesi.

👉Firma la petizione e falla firmare scaricando il modello,  clicca qui PETIZIONE -  FOGLIO SEPARATO

📬 Contatti e richieste informazioni:
📧 postmaster@italianiamicidellarussia.it

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Domani sera, a partire dalle ore 20:00, il nostro Presidente, Lorenzo Valloreja, sarà ospite degli studi di Canale Italia, nella trasmissione televisiva condotta da Vincenzo Monaco "NOTIZIE OGGI - LINEA SERA". Chiaramente si parlerà anche di Russia.